Pet Teraphy 2017-04-27T10:53:02+00:00

“Una strada verso la qualità dell’assistenza”

di Luca Pallavicini

Fin dall’antichità gli animali da compagnia hanno sempre rivestito un importante ruolo affettivo non di rado terapeutico. Un rapporto complesso e delicato che si sta di recente rivalutando, ovvero sta trovando una strutturazione metodologica e impieghi terapeutici mirati a specifiche psicopatologie.
A questa nuova realtà del rapporto uomo-animale famigliare (e umano accoglimento del pet in nuclei famigliari sempre più minuti), e alla risposta da parte della medicina e della ricerca di base, è stato dato il nome di pet-therapy, ovvero utilizzo terapeutico degli animali da compagnia (Utac). L’Utac va distinto da tutte quelle attività svolte con l’ausilio degli animali, indicate con la sigla AAA (dall’inglese Animal Assisted Activities), che hanno lo scopo di migliorare la qualità della vita di particolari categorie di persone “vulnerabili” (quali ad esempio i ciechi o i portatori di handicap fisici e psichici). L’Utac si propone di affiancare le terapie tradizionali nella cura, ad esempio, di alcuni disturbi del comportamento o delle malattie cardiovascolari. Ma anche, in qualche caso, di fungere da sostitutivo terapeutico, o da “coadiuvante” che coopera con attività mediche magnificandone l’efficacia.
Cenni storici
Lo psichiatra infantile Boris Levinson fu il primo a coniare il termine di “pet-therapy” per descrivere l’uso di animali da compagnia nella cura di malattie psichiatriche. Levinson aveva notato come alcuni dei propri pazienti — bambini con serie difficoltà di relazione e di comunicazione interpersonale – stabilissero con sorprendente facilità legami affettivi e cognitivi con il proprio cane. L’animale aveva la funzione di ‘sciogliere il ghiaccio e portare il bambino ad abbassare le proprie barriere emotive, fornendo un’interessante spunto di comunicazione tra paziente e terapista, e dimostrando l’esistenza nel paziente di un attivo processo di inibizione di capacità relazionali, che poteva essere in qualche modo lenito. Secondo Levinson la chiave dell’efficacia terapeutica del partner animale sarebbe rappresentata dal “conforto” e dalla “simpatia” (ovvero dallo stabilirsi di un rapporto empatico) incondizionati che esso fornisce.
Levinson non è certamente stato il primo autore ad attribuire proprietà terapeutiche agli animali, specialmente al cane. Nell’antico Egitto i cani erano consacrati allo sciacallo, Anubis, il Dio dalla testa di cane, mentre in epoca più recente, alle gentildonne dell’Inghilterra elisabettiana veniva suggerita la compagnia di un cane come rimedio per la ‘malinconia’, dizione oggi tradotta come sindrome depressiva. Uno dei primi casi documentati di utilizzo della pet-therapy in un istituto per malati mentali risale proprio alla fine del 1800, nella zoofila Inghilterra. I pazienti di questo Istituto venivano lasciati liberi di passeggiare e di interagire con gli animali domestici – polli e conigli – che popolavano il giardino con la convinzione che essi potessero esercitare una qualche influenza “umanizzatrice” e terapeuticamente utile sui malati; e che la loro apparenza e realtà di creature indifese potesse indurre i pazienti ad autodisciplinarsi col prendersi cura di esseri viventi empatici ma non autosufficienti.
Pet-therapy negli anziani
Un gruppo di psicologi ha condotto uno studio sistematico per analizzare il potenziale giovamento apportato dalla pet-therapy su specifici indici generali di umore di un gruppo di anziani ospiti di una casa di riposo . L’esperimento è consistito nell’introduzione nella casa per anziani di un cane addestrato per un periodo di sei mesi. Ai ricoverati sono stati effettuati numerosi test, sia prima che in seguito al periodo di convivenza con il cane, per valutarne gli eventuali cambiamenti di una serie di parametri sia neuroendocrinologici che psicologici. Alla fine del periodo di osservazione i soggetti sembravano aver migliorato il tono dell’umore, erano più sorridenti, più gioviali, allo stesso tempo dimostrando maggiore reattività e socievolezza, al contrario dei pazienti di controllo che non si erano giovati dell’opportunità di interagire con l’animale.
Altri studi hanno invece valutato l’impatto terapeutico degli animali da compagnia. La maggior parte ha saggiato l’effetto dell’animale su persone disturbate, depresse, su portatori di handicap o sugli anziani.
La situazione italiana
In una ricognizione effettuata alcuni anni orsono, era emerso che presso le Facoltà di Medicina Veterinaria di Messina, Parma e Torino sono state realizzate alcune tesi di laurea sperimentali in concomitanza con la messa in opera di programmi di pet-therapy. Il Prof. Ballarini dell’Università di Parma ha curato la tesi di laurea di uno studente incentrata sul problema del ruolo del veterinario in programmi di pet-therapy. Questo lavoro sottolinea come i soggetti coinvolti nella pet-therapy, più spesso rappresentati da anziani o da bambini, possono essere particolarmente a rischio per infezioni da microorganismi e parassiti. Per evitare il rischio della trasmissione di zoonosi dagli animali co-terapeuti ai fruitori della pet-therapy, il controllo sanitario richiesto per i primi deve essere particolarmenete accurato, da cui consegue l’importanza di uno stretto controllo veterinario.
Il progetto a Villa Basilea
L’idea della Pet therapy a Villa Basilea nasce in seguito all’arrivo di tre piccole gattine la cui mamma, pur non entrando mai in contatto con le persone, gironzolava per il nostro giardino, mostrandosi meno timorosa degli altri. Le tre cucciole, Labbrino, Sofie e Principessa, sono così nate sotto una piccola tettoia del giardino inferiore e da subito si sono ambientate nel clima della Struttura. Per prima è stata Marisa, una signora ospite della struttura, a portar loro da mangiare e ad avvicinarli, così abbiamo potuto verificare come, a differenza di altri, queste tre gattine fossero più disponibili al contatto con l’uomo, da qui l’idea di adottarle, anziché trovar loro una famiglia affidataria.
Il primo passo era compiuto, Labbrino, Sofie e principessa sarebbero diventate gli animali domestici dei nostri anziani.
A questo punto era necessario definire:
  • Gli interventi diretti alle tre gatte

  • Gli obiettivi del progetto

  • I soggetti coinvolti
  • Le modalità di sviluppo
Gli interventi diretti alle tre gatte
Le caratteristiche che rendono le gatte idonee sono correlate al fatto che sono molto sensibili alla qualità dello spazio in cui vivono e trascorrono, come le persone anziane, molto tempo nel loro ambiente domestico. Hanno poche esigenze e un carattere calmo e tranquillo che favorisce un intensa interazione con il paziente: il livello igienico, poi è conforme ai principi di un limitato rischio sanitario. Il dottor Vassallo, infatti, ha provveduto a visitare e, a tempo debito, sterilizzare, le tre gattine, che, quindi, sono tutte vaccinate e sotto controllo veterinario.
Abbiamo comprato loro una casetta dove potessero trovare riparo, senza che, quindi, andassero a cercare caldo all’interno della residenza, ci siamo dotati di ciotole e mangiare adeguato e stiamo preparando una coperta per l’inverno.
Una di loro, Principessa, ha, inoltre, subito un intervento in seguito alla frattura di un femore e, dopo un periodo riabilitativo a casa di una nostra infermiera, è rientrata con grande gioia di tutti in struttura.

Gli obiettivi del progetto
Un gatto diviene familiare perché ha un nome che lo identifica e lo individua, rendendolo una “persona” che vive, mangia e dorme con noi, per questo la relazione tra il gatto e l’uomo assume particolari connotazioni psicologiche di affetto, appagamento, compagnia e comunicazione. Il gatto è un utilissimo aiuto terapeutico perché facilita la conversazione, il gioco e l’allegria, combattendo il senso di solitudine ed isolamento.
Di seguito, quindi, possiamo dettagliare alcuni obiettivi specifici che la compagnia dell’animale consente:

  • Favorire il rapporto uomo – animale, affettivo ed emozionale, in grado di arrecare benefici emotivi e psicologici, di dare un senso di attaccamento ed empatia che può essere trasferita anche agli altri ospiti.
  • Aumentare la stimolazione mentale che si verifica grazie alla comunicazione con l’altro, alla rievocazione dei ricordi, all’intrattenimento, al gioco, fattori che riducono il senso di alienazione ed isolamento.
  • Consentire il contatto corporeo ed il piacere tattile che permettono la formazione di un confine psicologico, della propria identità, del proprio sé e della propria esistenza

  • Fornire un elemento ludico con il gioco ed il divertimento che portano benefici psicosomatici

  • Generare momenti di facilitazione sociale in quanto la presenza di un animale domestico, spesso, costituisce un’occasione di interazione con altre persone.

  • Consentire un’assunzione di responsabilità, proporzionale alla propria età e alle proprie possibilità, nella cura delle gatte.

I soggetti coinvolti
La scelta dei soggetti da coinvolgere direttamente è stata guidata dalla predisposizione mostrata dalle diverse persone al contatto con i gatti; tutti gli ospiti, comunque, vivono direttamente a contatto con gli animali quando si trovano in giardino.
In particolare la signora Marisa si occupa della distribuzione dei pasti e della pulizia delle ciotole.
Sin da subito poi si è mostrata una maggior predisposizione al contatto con le gatte del signor Maurizio e della signora Giorgina, mentre una certa sorpresa è stato vedere la signora Olga, tendenzialmente isolata, scarsamente coinvolgibile in attività di animazione, sedersi e cercare la compagnia di una gatta, in particolare Labbrino, per il riposo in giardino.
Anche le persone meno autonome possono essere accompagnate, nelle giornate più calde, in giardino per godere della compagnia dei mici, se gradita.
Le modalità di sviluppo
Dopo aver acquistato la casetta e le ciotole abbiamo deciso di posizionare il tutto nella veranda in modo che le gatte possano condividere con gli ospiti uno spazio sì esterno, ma più riparato e confortevole. Nella veranda sono ubicate delle poltrone in vimini con comodi cuscini su cui gli ospiti siedono non solo nel periodo estivo, ma anche per tempi più brevi quando in inverno escono per stazionare un po’ all’aperto. Questo ambiente più raccolto agevola il contatto tra le gatte e gli ospiti, che hanno il compito di mantenere tutto in ordine e di rispettare i reciproci spazi. Al di là della signora Marisa che ha un ruolo più attivo e di maggior responsabilità, dovendosi occupare dei pasti, tutti hanno la possibilità di entrare liberamente in contatto con le gatte, coccolandole, ospitandole sulle loro gambe per un riposino, giocando con loro o, semplicemente, guardandole giocare tra loro.
Nella scheda di ognuno verranno descritti momenti particolari del vissuto con le gatte e, a distanza di un anno, si traccerà una valutazione del beneficio di tale intervento progettuale.

BIBLIOGRAFIA

1) DIPARTIMENTO DI PREVENZIONE DELL’ASS N. 5. “Anziani e pet therapy”. www.Personaedanno.it
2) ENRICA DI BATTISTA. Pet therapy, le nuove frontier. www.ansa.it
3) TERZA ETA’. Pet therapy: quando un animale infonde sicurezza. www.terzaeta.com
4) DR ELENA GARONI, Residenze per anziani e centri di lungodegenza. http://cms.evsrl.it
5) MARNATI DE MATTEI, Il gatto e l’uomo nella relazione d’aiuto.